Atipici, poco protetti
e stressati: questi sono i caratteri distintivi dei nuovi lavoratori italiani
(i lavoratori flessibili, ‘a tempo’), secondo la ricerca. Una condizione
professionale, questa, che coinvolge non solo i più giovani: se consideriamo
che il campione rappresentativo di 446 persone intervistate dall’Eurispes
apparteneva ad una fascia d’età compresa tra i 18 e i 39 anni.
Tra i partecipanti al sondaggio il 61,7 per cento degli uomini e il 62,8 per cento delle donne affermano di aver SEMPRE lavorato con contratti atipici. Condizione, questa, che, soprattutto per i lavoratori che hanno ormai raggiunto la piena maturità anagrafica, ha assunto un carattere permanente. I dati relativi al titolo di studio rivelano, inoltre, come lo status di lavoratore atipico caratterizzi anche la maggior parte del segmento più qualificato dell’offerta di lavoro (più della metà possiede un master o una specializzazione post-laurea).
« Negli ultimi anni – dichiarava già allora Gian Maria Fara,
Presidente dell’Eurispes – la nostra classe dirigente politica e
imprenditoriale ha puntato solo ed esclusivamente sulla flessibilità e sulla
riduzione del costo del lavoro come fattori-chiave per garantire una maggiore
competitività all’impresa italiana, disinvestendo nella ricerca e
nell’innovazione tecnologica, ovvero in quelli che, nei sistemi economici
avanzati, dovrebbero rappresentare il vero motore dello sviluppo e della crescita.
“La flessibilità purtroppo”, proseguiva, “in Italia è stata interpretata
soltanto come possibilità per l’imprenditore di modificare in qualsiasi momento
le condizioni del rapporto di lavoro (e quindi anche le modalità di cessazione
del rapporto di lavoro) con il proprio dipendente e non come strumento in grado
di rendere flessibile l’organizzazione stessa del lavoro. Si è trattato di un
tipo di approccio fallimentare e i risultati, dopo l’edificazione di un modello
normativo tutto sommato coerente nei suoi principi ispiratori e nei suoi
istituti giuridici, sono sotto gli occhi di tutti, viste le performance
negative del nostro sistema economico negli ultimi 4 anni”.Tra i partecipanti al sondaggio il 61,7 per cento degli uomini e il 62,8 per cento delle donne affermano di aver SEMPRE lavorato con contratti atipici. Condizione, questa, che, soprattutto per i lavoratori che hanno ormai raggiunto la piena maturità anagrafica, ha assunto un carattere permanente. I dati relativi al titolo di studio rivelano, inoltre, come lo status di lavoratore atipico caratterizzi anche la maggior parte del segmento più qualificato dell’offerta di lavoro (più della metà possiede un master o una specializzazione post-laurea).
Si tratta, infatti, di persone per la maggior parte dei casi pienamente inserite nel mercato del lavoro da diversi anni, pur non essendo ancora riuscite ad approdare ad una situazione professionale stabile.
Il quadro di tutele previste per i lavoratori atipici è da questi ritenuto del tutto inadeguato. Gli intervistati esprimono in modo netto la propria insoddisfazione rispetto al livello di garanzia di alcuni diritti fondamentali, come la maternità, la malattia, la sicurezza sul lavoro, il diritto di sciopero e alla formazione.
Il fatto di non avere un lavoro sicuro e stabile procura spesso o continuamente alla maggior parte delle donne stati di ansia (52,5% contro il 37,7% degli uomini) e/o stress (56,5%, contro il 32,1% degli uomini) ed espone 1/5 di esse (il 20,5% , contro il 10,4% degli uomini) a stati depressivi frequenti o continui. L’instabilità del rapporto di lavoro procura spesso o continuamente stress e/o ansia, rispettivamente, al 46% e al 44,4% degli atipici, per il 16,2% tale condizione è addirittura fonte di stati depressivi frequenti (11,9%) o continui (4,3%). Molto diffusi, anche tra gli intervistati di età compresatra i 26 e i 32 anni, frequenti o continui stati di ansia (44,3%) e di stress (51,5%),disturbi che colpiscono in misura minore i lavoratori atipici più giovani (18-25anni), spesso o perennemente ansiosi nel 37,8% dei casi e soggetti frequentemente o continuamente a stati di ansia nel 31%.
Circa i 2/3 degli intervistati, dunque, lamenta la difficoltà di fare progetti o effettuare determinate scelte. Per loro la flessibilità non genera un maggiore controllo sulla vita, ma ostacola la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di operare qualsiasi pensiero sul futuro. Per molti così il fatto di non avere un lavoro sicuro e stabile si trasforma nella causa principale di stati di ansia, stress e depressione.
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